GENTE IN ASPROMONTE(1930)

di C.Alvaro

L'AUTORE

Corrado Alvaro nasce nell'aprile 1895 a San Luca (Reggio Calabria), primogenito dei sei figli di Antonio e di Antonia Giampaolo.
Il padre, maestro elementare, è fondatore di una scuola serale per contadini e pastori analfabeti; la madre proviene da una famiglia di piccoli proprietari. A San Luca trascorre un'infanzia felice, fortemente influenzato dal padre, che gli dà la prima istruzione e gli fa conoscere profondamente la natura, gli uomini e la tradizione della sua terra.
Terminate le scuole elementari, è mandato a proseguire gli studi nel prestigioso collegio di Mondragone, a Frascati, una scuola d'élite gestita dai Gesuiti.
Studia e comincia a scrivere poesie e racconti. Dopo i primi cinque anni di ginnasio, viene espulso dal collegio, perché sorpreso a leggere testi considerati proibiti. Costretto a cambiare istituto, é mandato nel collegio di Amelia, in provincia di Perugia,dove frequenta l'ultimo anno di ginnasio. Durante gli studi superiori si dedica con grande passione alla letteratura, approfondendo soprattutto le opere degli scrittori allora più noti e ammirati: Carducci , Pascoli e D'Annunzio e compone lui stesso molti racconti e poesie.
Nel 1914 pubblica le sue prime poesie su "Il nuovo birichino calabrese", e alcune traduzioni da Tagore nella "Rivista d'oggi".
Partecipa a manifestazioni interventiste. Nel gennaio del 1915 è chiamato alle armi.
All'inizio di settembre si trova in zona di guerra. A novembre è in prima linea, viene ferito alle braccia sul Monte Sei Busi, nella zona di San Michele del Carso. Sarà anche decorato con la medaglia d'argento. Nel settembre del 1916 è a Roma.
Verso la fine dell'anno comincia a collaborare al "Resto del Carlino", pubblicandovi i primi racconti. Si trasferisce a Bologna quando ne diventa redattore. L'8 aprile 1918 sposa la bolognese Laura Babini, conosciuta durante la guerra, allora impiegata come ragioniera, più tardi traduttrce dall'inglese. Un anno e mezzo dopo il matrimonio si trasferisce a Milano, con la famiglia (nel frattempo gli è nato il figlio Massimo): è assunto al "Corriere della Sera".
A partire dal '21 soggiorna per qualche tempo a Parigi, dove conosce alcuni italiani. Scopre Proust, di cui traduce qualche pagina, e scrive il suo primo romanzo: "L'uomo nel labirinto". Nell'estate del '22 è chiamato come redattore al "Mondo", di Giovanni Amendola.
Comincia quindi un periodo durante il quale scrive per vari giornali e diventa anche critico teatrale del "Risorgimento" di Roma, poi soppresso. Tra questi giornali c'è "La Stampa", dove nel 14 gennaio 1927 pubblica le pagine iniziali di "Gente in Aspromonte".
E' oggetto di attacchi da parte dei giornalisti fascisti, ma declina l'invito fattogli da amici francesi ad andare a Parigi.
Alla fine del '28 parte per Berlino e segue attentamente la vita culturale tedesca.
Rientrato definitivamente a Roma continua a collaborare con "la Stampa" e pubblica, approfondendo i suoi originali temi letterari, le raccolte di racconti "Gente in Aspromonte", "La signora dell'isola" e il romanzo "Vent'anni", che gli valgono poi il premio letterario "La Stampa" di 50.000 lire.
Nel 1933 riunisce in "Itinerario italiano" suoi scritti ed elzeviri su città e paesaggi d'Italia.
Dal 25 luglio all'8 settembre '43 assume la direzione del "Popolo di Roma". Nel '46 esce "L'età breve", primo romanzo del ciclo "Memorie del mondo sommerso".
Nel '54 deve sottoporsi a un intervento chirurgico per un tumore addominale, inizialmente creduto benigno. Riprende a lavorare con lena. Aggravatasi la malattia, che colpisce ora i polmoni, muore a Roma nella sua abitazione il mattino dell'11 giugno 1956, lasciando alcuni romanzi incompiuti e vari altri inediti.


GENTE IN ASPROMONTE

Argirò, il padre di una famiglia di pastori di un paese situato ai piedi dell'Aspromonte, viene rovinato economicamente dalla perdita di tutte le sue mucche cadute in un burrone, che possedeva "a metà", in custodia per conto del Signore del luogo Filippo Mezzatesta. Argirò si reca dal proprietario, con il figlio Antonello, per cercare aiuto, comprensione e la possibilità di potersi rifare con altri lavori. Mezzatesta non concede nessuna altra opportunità ma scaccia in malo modo il pastore. Argirò viene indirizzato da un prestatore di denaro che gli concede dei soldi con i quali tenterà di mandare avanti la famiglia (moglie e tre figli). Il figlio maggiore Antonello assiste impotente ai vari tentativi e successive sconfitte del padre, schernito dai ragazzi più ricchi del paese. Alla nascita del quarto figlio, il padre riversa sul bambino tutte le speranze per il riscatto della famiglia soprattutto dal punto di vista sociale. Viene chiamato Benedetto e il suo futuro sarà quello di studiare, e diventare un gran predicatore come sostiene il padre: "Ne voglio fare un prete predicatore, che parli per tutta la famiglia messa insieme". Argirò riesce con molti sacrifici a comperare una mula con la quale viaggia di paese in paese per commerciare i più svariati prodotti; Antonello è inviato a lavorare come operaio in una grande città e deve spedire metà dei guadagni alla famiglia per gli studi di Benedetto. Benedetto va in seminario, con il suo comportamento è l'orgoglio dei genitori. Ben presto questa situazione suscita l'invidia di alcuni ignoti ( ma probabilmente i giovani figli di Camillo Mezzatesta) che, in assenza del padre, bruciano la stalla con la mula, la fonte di sostentamento della famiglia. Nello stesso tempo Antonello viene licenziato perché a seguito di una malattia causata da denutrizione, non riusciva più a svolgere il proprio lavoro. Dopo qualche giorno le proprietà dei Mezzatesta subiscono degli attacchi: i boschi vengono incendiati, gli animali uccisi, macellati e distribuiti alla popolazione. Nessuno accorre in aiuto dei Mezzatesta ma tacitamente tutti sostengono la "ribellione" di Antonello, che stabilisce la sua dimora sui monti e continua a far razzie degli animali dei Mezzatesta distribuendo poi il bottino fra la gente povera. Quando alla capanna di Antonello si presentano i carabinieri, egli afferma, buttando il fucile e andando loro incontro: "Finalmente potrò parlare con la giustizia. Ché ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio!"

IL RUBINO

In una città degli Stati Uniti un principe indiano perde un rubino di immenso valore dopo aver fatto un viaggio su un taxi. La polizia indaga: viene interrogato l'autista che racconta dei clienti che ha trasportato dopo il principe. Nessuno sembra sapere nulla del gioiello. Fra i clienti c'è anche un emigrante originario di un paese dell'Italia meridionale: mal vestito, con un bagaglio povero e diretto al porto. Nessuno pensa a lui. L'emigrante torna in Italia, apre un negozio con i soldi che in cinque anni ha guadagnato in America e qui espone tante piccole cianfrusaglie che ha accumulato che gli sembrano di inestimabile valore (penne stilografiche, tappetini di tela cerata, posate, stoffa...). Un giorno si ricorda di una "pallina rossa", che aveva casualmente trovato su un taxi e che aveva conservato come portafortuna e la regala al figlio perché ci possa giocare. Una delle sue abitudini quando viaggiava era quella di frugare i sedili alla ricerca di qualche fortuna: solo una volta aveva trovato 5 dollari e una stupida pallina rossa.

LA ZINGARA

Una ragazza che vive in un piccolo paese della Calabria sogna di andarsene tanto che quando qualcuno parte si presenta con la valigia nella speranza di poterlo seguire. Quando arrivano gli zingari nel paese finalmente può andarsene seguendo la carovana e va a vivere con uno zingaro. Ma non riesce a farsi accettare completamente perché non sa rubare, ingannare o predire la sorte: non è una vera zingara, ma la gente comune pensa che lo sia, non si avvicina a lei, non apre le porte, diffida... Un giorno, dopo aver parlato con una giovane sposa, le chiede un po' di pane o della frutta perché non può tornare al campo a mani vuote. Alla risposta negativa della giovane, ruba una pagnotta ma, quando scappa nella strada, viene catturata e una donna esclama che è la prima volta che si riesce a catturare una zingara che ha rubato.

CORONATA

Coronata, una giovane ragazza, è costretta dai genitori, dopo aver ottenuto la grazia di guarire da una malattia, a percorrere scalza una strada in montagna per quattro ore per giungere al santuario della madonna. La ragazza inizia il cammino con un grande cero in mano seguita dalla processione dell'intero paese. Giunti al Santuario, la ragazza prende in braccio un bambino nato muto che la madre le aveva consegnato affinché ottenesse la grazia della guarigione. Ad un certo punto la ragazza viene rapita da un cavaliere, e solo dopo molte ricerche si ritrova la ragazza che da lontano urla ai genitori che non tornerà indietro perché il cavaliere è suo marito e lei lo ama.

Teresita

è la figlia più piccola di un uomo dal pessimo carattere, che tratta la moglie e le figlie maggiori come schiave. Teresita tutte le mattine ha il dovere, appena la madre l'ha svegliata, di andare a bussare alla porta del padre, chiamarlo e supplicarlo fino a quando il padre la lascia entrare. Ferro, il padre, ha piacere a lasciarla ad aspettare e trepidare per una risposta. Quando la fa entrare, le chiede se vuole bene al padre, quanto e perché facendole ripetere all'infinito delle frasi di amore. Dopo di che anche Teresita deve andare in cucina con la madre e le sorelle e non farsi più vedere fino alla mattina successiva. Quando, diventata adulta, Teresita si sposa il padre, il giorno dopo le nozze, si lamenta e impreca con la moglie perché Teresita non è andata a salutarlo e quando si presenta con il marito Ferro s'infuria perché la vede felice. Da quel giorno tutte le mattine Teresita va a svegliare il padre, il quale la lascia picchiare alla porta a lungo sentendo la sua voce che lo implora di aprire. Una fredda mattina d'inverno Ferro sente, fra il rumore del vento, Teresita che picchia alla porta; egli si dice che se apre subito sarà troppo facile per lei e allora la fa aspettare...Quando apre, la ragazza entra vacillando, col viso bagnato di pioggia e a piedi scalzi: si siede ai piedi del padre e gli dice che durante la notte ha partorito, nessuno voleva lasciarla andare perché era ancora debole, ma lei è fuggita. Dopodiché muore.

VOCESANA E PRIMANTE

La storia di due rivali e nemici abitanti nello stesso paese. La loro rivalità si manifestava soprattutto in chiesa quando entrambi volevano primeggiare nel coro oppure nelle rappresentazioni sacre. In occasione della Pasqua c'era, come di consueto, la rappresentazione della via crucis e della passione di Cristo. Ognuno avrebbe voluto impersonare il Cristo che trasporta la croce ma questo onore toccò a Vocesana, mentre a Primante spettò il compito di colui che deve fustigare Cristo. La processione iniziò, Vocesana vestito con una lunga tunica, con una corona di spine e una pesantissima croce sulle spalle iniziò a scendere dalle scale; ogni volta che rallentava o incespicava per il peso della croce, Primante da dietro gli vibrava duri colpi. Ben presto Vocesana cominciò ad indebolirsi, lo sforzo era eccessivo, cadde ginocchioni e faticò a rialzarsi. Imperterrito Primante continuava a picchiare duro. Vocesana come in stato di trance scaraventò la croce contro Primante, e solo dopo qualche minuto riuscì a realizzare che cos'era tutto il trambusto che aveva visto; Primante era steso per terra mentre lui lo guardava attonito con un coltello in mano.

TEMPORALE D'AUTUNNO

Viene descritto un paesaggio dei monti calabresi dopo un temporale: dalle nuvole riemerge il sole e rende tutta la vegetazione luccicante. Un ragazzo aveva trovato rifugio in una capanna, e nel buio intravede una figura umana che capisce trattarsi di una donna. L'uomo offre il suo mantello alla donna che lo accetta con gratitudine, dopo aver acceso il fuoco si addormentano vicini. Il mattino dopo cominciano a parlare e scoprono di essere dello stesso paese ma appartenenti a famiglie nemiche, la donna cerca di allontanarsi ma ben presto cede alla passione. Entrambi sono combattuti fra il desiderio di tornare alle proprie famiglie e quello di restare insieme. Decidono di andarsene lontano e trovare un posto che sia tutto loro.

VENTIQUATTR'ORE

Tre amici in una grande città passeggiano distrattamente per le vie in cerca di "buoni affari" e di persone da derubare. Ad un certo punto incontrano un monsignore abitante del loro paese d'origine e fingendo di fare una passeggiata vanno con lui in un locale affollato di emigranti italiani. Qui fanno un incontro con una donna che ha la fama di essere una che predice la morte, entro ventiquattr'ore, indicando con l'indice il malcapitato. La donna indica in modo confuso i quattro uomini;spaventati, questi si allontanano dal locale chiedendosi chi dei quattro dovrà morire e soprattutto quando. Decidono di trascorrere insieme la nottata aspettando l'alba, ed è il modo per ripensare alla propria esistenza, ai lavori, all'amore, a tutto ciò che avrebbero potuto e che forse uno di loro non potrà più fare.

TEMI

* Questione meridionale all'indomani dell'unificazione italiana

* Riordino beni demaniali: arricchimento di alcuni e impoverimento della maggior parte dei contadini (latifondo)

* Rivolte e proteste: nascita del brigantaggio.

COMMENTO

Viene rappresentata la vita difficile e povera dei pastori della Calabria, paese d'origine dell'autore. Questa terra viene vista come "mitica", non ancora raggiunta dalla civiltà, in grado di rappresentare un rifugio tranquillo, di innocenza per un uomo afflitto dalla crisi e dall'angoscia del '900. Dall'altro lato c'è anche, però, la consapevolezza che la Calabria è una terra "arida", sulla quale gli uomini sono condannati a vivere una vita di stenti, di miseria: c'è una sorta di denuncia dei mali della società in contrapposizione all'ottimismo e alla fiducia della cultura fascista. Questo dualismo è molto forte nell'autore che ha scelto di allontanarsi dalla miseria e da una vita chiusa per vivere nella realtà moderna ma con un continuo bisogno di ritornare alle proprie radici.